Le insidie della geolocalizzazione

Ognuno di noi conosce i vantaggi della geolocalizzazione, soprattutto quando abbiamo necessità di trovare qualcuno o qualcosa e siamo in un luogo che non conosciamo.

Personalmente, attivo la geolocalizzazione sul mio smartphone solo quando ho necessità di utilizzare il navigatore per trovare un luogo che non conosco o farmi indicare la strada migliore e meno trafficata.

Ammetto, però, che questa mia scelta deriva, storicamente, dalla necessità di tutelare la durata della batteria del mio smartphone, soprattutto con i modelli precedenti a quello attuale.

Sono moltissimi, comunque, gli alert pubblicati sui vari media che mettono in guardia gli utenti del web dalle insidie connesse ad un uso indiscriminato ed incontrollato della funzione di geolocalizzazione, visti i rischi connessi al costante monitoraggio di ogni nostro spostamento.

Ma – come dice il proverbio – un’immagine vale più di mille parole.

Questa mattina un mio conoscente ha consultato, dopo moltissimo tempo, il proprio account gmail, creato il 29 luglio 2016 quando ha acquistato il suo primo smartphone con sistema android, facendo una scoperta (per lui) sconcertante.

Dal 29 luglio 2016 il suo telefono, probabilmente per impostazione predefinita, è rimasto con la funzione di geolocalizzazione costantemente attiva, 24 ore su 24, registrando ogni suo minimo spostamento fino ad oggi!

Consultando le impostazioni del suo account personale, Google è stato in grado di mostrargli nei minimi dettagli la mappa di ogni suo spostamento in oltre un anno e mezzo di vita: sullo schermo appariva chiaramente, giorno per giorno, quanti minuti aveva percorso a piedi, quanti in auto, quante soste aveva compiuto e per quale durata, quanti viaggi all’estero aveva fatto, dove aveva alloggiato, cosa aveva visitato, in quali ristoranti si era fermato a cena, in quali supermercati aveva comprato, etc. etc..

Ogni suo giornata è stata monitorata 24 ore su 24, scandagliata in ogni dettaglio e diligentemente archiviata da Google che, oggi, tutto orgoglioso, gli ha dato prova della sua immensa – e, probabilmente, infinita – pazienza nel conservare (e catalogare, naturalmente!) ogni secondo trascorso in sua compagnia.

Probabilmente, con un po’ di pazienza e di tempo a disposizione per fare qualche ricerca, neppure troppo complessa, di data mining, sarei anche in grado di sapere cosa ha mangiato al ristorante, quali prodotti ha comprato al supermercato, se si è fermato a guardare una vetrina più di un’altra, quali gadget ha comprato nei suoi soggiorni all’estero, qual è la sua bevanda preferita, se ha bevuto qualcosa al minibar dell’hotel, quale tipo di auto ha noleggiato, che tipo di costume da bagno predilige, in quale momento della giornata preferisce fare il bagno, etc. etc..

Se io fossi curioso, con tutti quei dati a disposizione, potrei mettere a nudo ogni piccolo dettaglio della sua vita e farmi un’idea molto dettagliata e precisa di che tipo di persona effettivamente sia, dei suoi gusti, delle sue inclinazioni, delle sue abitudini, scoprendo virtù e difetti di cui, forse, neppure i suoi parenti più prossimi sono a conoscenza.

Google sa tutto questo di (quasi) tutti noi. E, probabilmente, molto di più.

Appena il mio conoscente ha riferito, sbalordito, la sua scoperta, tutti, intorno a me, si sono affrettati a spegnere la geolocalizzazione sui rispettivi dispositivi mobili, segno evidente che c’è ancora moltissima strada da fare per creare una vera cultura della data protection non solo per le aziende ma anche tra i consumatori.

Il mio conoscente non è certamente un esempio isolato di utente che accetta pedissequamente le impostazioni suggerite da un app per offrigli  “una migliore esperienza di navigazione” e per consentirgli di offrire suggerimenti tailor made – quando non, addirittura anticipatori – dei propri desideri.

Le regole dettate dal GDPR miglioreranno certamente, dal 25 maggio 2018, questa situazione di debolezza dell’utente finale , ma è evidente che occorre, in primo luogo, investire moltissimo nella formazione ed informazione sul tema privacy per colmare questa gravissima lacuna generalizzata, che porta gli utenti a concedere consensi e autorizzazioni, con estrema faciloneria e leggerezza, alle varie applicazioni installate sui dispositivi di loro utilizzo quotidiano.

Altra considerazione, non meno importante, è questa: stiamo letteralmente donando agli OTT (Google, Facebook, WhatsApp, etc.) un’incommensurabile mole di dati personali sulle nostre abitudini di vita e di consumo quotidiano, facendo arricchire oltre ogni misura pochi e selezionati imprenditori globali che possiedono il controllo di queste società con i nostri dati personali “in pancia” e che rivendono sul mercato, con lauto profitto, tutte queste informazioni sulle nostre vite al miglior offerente!

Filantropia globale o straordinaria ignoranza planetaria?

A voi la risposta.

Alessandro Ronchi

Informazioni su Alessandro Ronchi

Avvocato, appassionato di digital & data protection law
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