Se Amazon GO è il nostro futuro

Qualche giorno fa è apparsa sui media la notizia dell’apertura, a Seattle, del primo negozio (fisico) Amazon GO, così chiamato perché privo di casse (e cassiere) all’uscita.

Dopo cinque anni di sperimentazione e un anno di ritardo sulla data di apertura prevista, si inaugura oggi il primo punto vendita Amazon Go, al piano terra del quartier generale del gigante dell’e-commerce a Seattle. Il negozio non ha casse: i clienti possono entrare, scannerizzare il codice fornito da un’app dedicata collegata al proprio account Amazon, prendere i prodotti che desiderano e uscire. Tutto nel giro di pochi minuti. Grazie ad un complesso sistema di sensori e telecamere, accoppiato con un algoritmo dedicato, il prezzo degli oggetti acquistati viene addebitato automaticamente sul conto Amazon quando il cliente attraversa nuovamente i tornelli ipertecnologici all’uscita dal negozio”.

E’ certamente un passo deciso verso l’estinzione di massa di un’intera categoria di lavoratori: quella delle cassiere e dei cassieri.

Benché Amazon – per ora – garantisca che “nel punto vendita lavorano almeno otto persone (c’è anche una cucina per la preparazione di insalate e altri piatti pronti), più di quante ne servirebbero per far funzionare un normale minimarket di dimensioni analoghe”, non è difficile prevedere che una simile tecnologia, una volta collaudata, affinata e resa economicamente accessibile, si diffonderà per tutto il pianeta a velocità straordinaria.

Le implicazioni dell’esperimento di Amazon GO non sono difficili da immaginare: un software non ha bisogno di fare pause, di andare in bagno, di prendere periodi di ferie; non si ammala , non protesta (almeno per ora) sul proprio livello salariale; non sbaglia i conti, non litiga con i colleghi e con i clienti, né rivendica (sempre per ora) condizioni di lavoro migliori.

Nulla è per sempre, certo; ma, rispetto al passato, l’accelerazione tecnologica è oggi così rapida da essere in grado di mettere in crisi rapidamente intere fasce di popolazione.

Gli esperti ritengono che l’impatto dell’automazione sul mondo del lavoro non comporterà, in realtà, una mera sostituzione dell’uomo con la macchina nei lavori manuali e ripetitivi ma produrrà, verosimilmente, anche un cambiamento significativo per alcune mansioni a valore aggiunto (c.d. middle-skill jobs), attività, cioè, che richiedono un significativo apporto cognitivo .

McKinsey (potete leggere un interessante studio sull’impatto dell’automazione sul mondo del lavoro nella sezione “documenti utili” del Blog, cliccando qui) stima che, nell’arco di pochi decenni, il 49% delle attività lavorative retribuite potrebbe essere automatizzato utilizzando tecnologie che già oggi dimostrano la loro efficacia.

Un altro dato interessante che emerge dall’analisi di McKinsey è che, probabilmente, solo il 5% dei lavori attuali sarà  completamente automatizzato, ma l’automazione inciderà, invece, in una misura pari al 30% su circa il 60% delle mansioni lavorative: ciò significa che in 6 tipologie di lavori su 10, una buona parte dei compiti sarà eseguito da macchine.

Sebbene il dibattito in merito agli effetti dell’automazione sul mondo del lavoro sia molto vivo ed acceso, un punto sembra mettere d’accordo quasi tutti: se non perderemo il lavoro, sicuramente lo faremo in un modo assai differente da oggi.

Ciò che, invece, mi lascia perplesso dell’esperienza di Amazon GO è apprendere che la registrazione degli acquisti non avviene – come si poteva pensare – attraverso la mappatura di ogni prodotto tramite chip (sul genere RFID) ma con un sofisticato algoritmo di riconoscimento visivo di volti ed oggetti, sostenuto da una fitta rete di telecamere sparse per tutto il negozio.

Proprio in questi giorni, il nostro Garante è intervenuto nei confronti di una società che aveva installato sui totem pubblicitari di alcune stazioni ferroviarie delle webcam per analizzare le reazioni del pubblico ai messaggi pubblicitari mediante un software di analisi delle espressioni facciali (se siete interessati, trovate il provvedimento integrale qui): Amazon GO sarebbe in grado di superare il vaglio delle nostre norme di data protection?

Mi domando se un tale sistema di monitoraggio sia davvero giustificato e se non si possa trovare una soluzione alternativa, altrettanto valida ma meno invasiva per la privacy, per identificare gli acquisti del cliente.

Il monitoraggio continuativo e sistematico delle attività e dei comportamenti di acquisto di una persona tramite un software di riconoscimento visivo (che inevitabilmente registra caratteristiche somatiche e comportamentali di ogni cliente), sarebbe considerato conforme al principio di minimizzazione dei dati prescritto dal Regolamento UE 2016/679 (GDPR)?

Amazon GO rispetta il requisito di privacy by design e by default come richiesto dall’art. 25 del GDPR?

Difficile dirlo con i pochi elementi attualmente a disposizione sull’intero sistema che presiede al funzionamento di Amazon GO.

Certo è che, ad essere maliziosi, si potrebbe pensare che l’acquisizione di tutti questi dati comportamentali non sia finalizzata tanto alla soddisfazione del cliente quanto ad implementare la – già ben fornita – banca dati di Amazon per i futuri sviluppi delle analisi predittive basate sui Big Data.

Alessandro Ronchi

Informazioni su Alessandro Ronchi

Avvocato, appassionato di digital & data protection law
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